(Risposta a Ettore Regàlia) 1
| Pubblicato su: | Leonardo, anno III, fasc. 16, p. 132 | ||
| Data: | giugno-agosto 1905 |

pag. 132
Caro Professore,
ancora una volta torno alla carica e questa volta anche più brevemente perchè la questione si è così precisata da rendere quasi superflua ogni discussione.
Tutto il nostro disaccordo (cioè s'è vero o no che soltanto il dolore è causa delle azioni) dipende dal non intenderci su due definizioni: quella di causa e quella di azione. Quando Ella dice che una cosa che non c'è ancora (il piacere) non può far agire Ella parla come se la previsione di ciò che non è ancora, cioè la nostra semplice aspettativa di un piacere non potesse essere una causa, o non fosse un fatto che c'è...
Intendendo poi per azione qualunque cosa accada (come sembra ch'Ella faccia quando mette fra le azioni anche le semplici previsioni che fa sorgere in noi un dolore) Ella può affermare che le azioni (anche quelle puramente conoscitive e intellettuali) sono precedute da uno stato di bisogno — ma se si precisa il significato di azione volontaria dicendo ch'essa è «ogni cambiamento esterno tra le cui cause figura qualche nostra credenza» 2
2 A questo proposito veda, in questo stesso numero, le comunicazioni di M. CALDERONI sulla Definizione della Volontà.
allora torna fuori quello che altra volta ho affermato, cioè che anche i fatti conoscitivi (e soprattutto le previsioni, le credenze, ecc.); hanno lo stesso diritto del sentimento a esser chiamati antecedenti costanti degli atti.Finchè non ci saremo messi d'accordo su queste definizioni la questione rimarrà sempre aperta, il che non mi dispiace affatto perchè mi dà modo di discutere ancora con Lei un problema di così grande importanza pratica. E mi creda, come sempre, suo aff.mo
GIAN FALCO
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